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Valentina G. Bazzani – Writer

Pianificazione Vs scrittura di getto

Posted by on Gen 24, 2019

Pianificazione Vs scrittura di getto

Esistono tanti tipi di autori, anzi si potrebbe dire che ognuno fa caso a sé, ma se guardiamo il modo in cui ciascuno di noi affronta la stesura di un libro, potremmo raggrupparli in due maxi categorie: quelli che pianificano una storia PRIMA di iniziare a scrivere e quelli che si lasciano trasportare dall’ispirazione e lavorano sulla struttura del testo dopo.

Ci sono vari e pro e contro per entrambe le opzioni, io le ho provate tutte e due quindi ve ne parlo un po’.

All’inizio scrivevo d’istinto. I primi libri (l’amore non si nega a nessuno, don’t  let me in, l’illusione di noi), sono partiti da un’idea da cui ricavavo una sinossi (molto simile a una quarta di copertina nel mio caso) e quella mi bastava. Iniziavo a scrivere di conseguenza e mi andava bene finché le storie erano semplici e lineari.

Quando però ho cominciato a concepire intrecci sempre più complicati (Quel viaggio insieme, Il faro dei desideri (in) espressi, ancora in lavorazione), ho avuto bisogno di pianificare la storia ancora prima di mettermi a scrivere.

Le fasi del processo creativo sono essenzialmente 3 (ne parleremo approfonditamente in un altro articolo):

  1. brainstorming
  2. progetto/outline
  3. stesure.

La fase di progettazione non si può saltare secondo me, ma non dev’essere per forza scritta. C’è chi aspetta un periodo di incubazione perché l’idea di formi nella propria testa e poi, quando si sente sicuro, inizia a scrivere. C’è chi butta giù tutto ciò che gli iene in mente e tutto resto esce di conseguenza. Ma è questo il punto: che di faccia il progetto per iscritto o no, per scrivere un romanzo è necessario avere le idee chiare. Non venitemi a dire che basta chiudere gli occhi e scrivere parole sul foglio per produrre qualcosa di buono, quella è la fase di brainstorming. Provate a iniziare una storia senza sapere bene cosa volete dire e dove volete andare a parare (almeno a grandi linee) e vi bloccherete alla prima buca.

Gli elementi che dovete conoscere prima di iniziare a scrivere sono:

  • L’idea prima (o premessa): Una frase in cui è racchiusa l’essenza della vostra storia, l’inizio, lo svolgimento e la fine.

L’idea prima del faro è: Un uomo e una donna che dopo la fine dei loro matrimonio tornano sull’isola in cui sono cresciuti e si innamorano per la seconda volta.

assicuratevi di inserire nella vostra premessa il chi (un uomo e una donna), quando (dopo dieci anni), dove( sull’isola in cui sono cresciuti) cosa fanno (si innamorano per la seconda volta).

  • il dramma primo del vostro personaggio (nel mio caso due), ciò che rende il nostro protagonista incompleto e genera il conflitto: nel mio caso, Tommaso è stato vittima di violenza domestica da bambino.
  • Ora ora ponete il vostro protagonista di fronte alla sua peggior paura (scaturita dal dramma primo) e otterrete il conflitto: Tommaso ha paura di diventare come suo padre, perciò sfugge dalle responsabilità. Ma noi lo porremo di fronte a una scelta che non potrà evitare. N.B ci sono due livelli di conflitto, maggiore e minore. Il conflitto minore riguarda il protagonista in sé per sé, il conflitto maggiore è ciò che anima l’intera storia.
  • Ora vi serve un tema e un messaggio: nel mio caso a) la violenza sulle donne, b)si può rinascere anche dopo il dolore più terribile.

E avrete tutti gli ingredienti per la vostra storia, non conta che li scriviate nero su bianco o no, l’importante è li abbiate chiari in mente.

(per approfondimenti vi consiglio di leggere il manuale di progettazione narrativa di Stefania Crepaldi, lo trovate a questo link)

L’outline è un’altra cosa, non sempre è necessario, dipende da voi e dal vostro modo di affrontare la stesura di un romanzo.

L’outline non è altro che la scaletta di tutti e capitoli e delle scene che compongono il vostro romanzo. Non è altro che l’intreccio, un canovaccio che potete scegliere di utilizzare o no. Chi è solito pianificare in modo accurato i propri romanzi in genere parte dalla fabula (l’elenco degli eventi del libro divisa in ordine cronologico) per poi dividerla in tre atti e alla fine scegliere come mostrarli al lettore, se in ordine lineare o a intreccio appunto. Sta a voi scegliere il grado di approfondimento. Tenete conto che se non lavorerete sulla struttura prima, probabilmente lo farete dopo in fase di editing e non è sempre facile. Ma questa è una vostro scelta.

Pro e contro dei due metodi: Nel corso degli anni per me la pianificazione è diventata fondamentale, ma mi rendo conto che toglie un po’ di spontaneità alla stesura, sebbene avere un progetto chiaro ci permette di scrivere senza pensare a cosa viene dopo e incappare in facili errori di trama.

Scrivere di getto è senz’altro più liberatorio, ma è più facile perdersi se non si hanno le idee chiare e il lavoro in editing spesso (ma non sempre, dipende dal vostro livello) è più pesante.

Quindi in conclusione, non esiste un metodo migliore dell’altro: esiste ciò che è più congeniale per voi, anche un mix dei due. Non fatevi sminuire e non sentitevi in difetto se preferite uno rispetto che l’altro, scegliete il metodo che si adatti alla vostra scrittura e sopratutto sia flessibile, non vi faccia sentire costretti in paletti troppo rigidi. Alla fine ogni libro è diverso, così come ogni autore.

Spero che questo articolo possa esservi stato utile.

un abbraccio,

Valentina

 

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Intervista ai professionisti: Sara Gavioli, Luigi Romolo Carrino, Diego Di Dio

Posted by on Gen 22, 2019

Bentrovati!

Dopo alcuni mesi questo blog riapre con una nuova veste grafica ad opera di Pamela Fattorelli, ma anche nuovi contenuti. Nella sezione blog troverete tutti gli articoli vecchi, ma ad essi si affiancheranno interviste, curiosità, articoli su corsi e le tecniche narrative che ho provato in questo periodo.

Ho deciso di rompere il ghiaccio con un’intervista che tenevo in serbo da molto tempo ma a causa di problemi personali non sono riuscita a pubblicare.

Spero possa esservi utile,

un abbraccio

Valentina

Intervista tripla: a Luigi Romolo Carrino, Diego Di Dio, Sara Gavioli 

Ieri, scorrendo la Home di Facebook, sono incappata nell’annuncio sponsorizzato di un autore/blogger/editor (non era chiaro), che offriva una specie di pacchetto “aiuto” per esordienti. Esso comprendeva: manuale fai da te per il romanzo perfetto, esercizi e una consulenza personalizzata di un’ora per una cifra non del tutto irrilevante. I consigli che forniva non erano scorretti, anzi, alcuni denotavano una certa conoscenza delle principali tecniche narrative. Il “servizio” era però presentato in una chiave molto commerciale, come se questo autore (dalla biografia ho scoperto che non si tratta di un editor, ma di un autore che ha frequentato alcuni corsi di scrittura) avesse tutte le risposte che cerco e potesse risolvere i problemi che mi impediscono di scrivere il capolavoro della mia vita.

Insomma, è possibile che qualcuno abbia davvero scoperto la ricetta perfetta per il successo editoriale? E che io me la sia persa?

Mi sono incuriosita e ho deciso di indagare un po’. Ho “googlato” il nome di questa persona e, tramite Linkedin, ho scoperto che oltre a non essere un editor e aver pubblicato solo due racconti in altrettante antologie, è specializzato in strategie marketing e SEO. Insomma, è un esperto della promozione online e sa benissimo come vendere. C’è qualcosa di male? Assolutamente no. Certo, però, che mi ha fatto venire un dubbio: e se questo manuale per il romanzo perfetto fosse solo una trovata commerciale? E se è così, è corretto dispensare agli autori esordienti consigli, consulenze e persino un manuale di scrittura a pagamento senza essere dei veri e propri “addetti ai lavori” (editor, editori, agenti, autori con una solida carriera alle spalle)?

A chi rivolgerci per dei consigli se abbiamo bisogno aiuto per il nostro romanzo? È giusto pagare per una consulenza, o per alcune “dritte” sul nostro testo?

Da semplice autrice, non so dare una risposta esaustiva a queste domande, per questo ho pensato di invitare nel mio salotto tre professionisti affermati dell’editoria: Luigi Romolo Carrino, autore, scrittore, editor e responsabile di collana per una nota casa editrice; Diego Di Dio, autore affermato, editor e agente e Sara Gavioli, editor e autrice.

A loro porrò le stesse domande, sperando che ci aiutino a dissipare la nebbia che aleggia su questo argomento.

 

Buongiorno, grazie per aver accettato di partecipare a questa intervista.

1) Innanzitutto vi chiedo di presentarvi, di dirci “chi” siete. Quale è stato il vostro percorso nel mondo dell’editoria, prima da autori e poi da professionisti, e da quanti anni lavorate fianco a fianco con gli autori?

D: Anzitutto grazie.

Poi, in breve. Nasco come autore – ho sempre voluto fare lo scrittore – ma, col tempo, ho capito che mi piaceva lavorare anche sui testi degli altri. Leggerli, esaminarli, migliorarli. Quindi, dopo la laurea, ho deciso di frequentare la scuola Oblique per redattori editoriali. Ho cominciato a fare l’editor freelance, prima di mettermi in proprio con la mia agenzia. Tutto il giorno leggo e correggo i romanzi degli altri e, nel poco tempo libero che ho, continuo a scrivere i miei. In tutto ciò, sono anche docente: insegno scrittura creativa, correzione di bozza, editing e scrittura di genere. Ho quasi duecento studenti da seguire, quindi puoi capire che il tempo per scrivere si riduce a poche ore settimanali.

LC: Mi chiamo Luigi Romolo Carrino. Ho scritto un po’ di romanzi, molti racconti, tre libri di poesia, ho scritto per il teatro, la tv, la radio. Come autore sono stato selezionato per lo Strega due volte, semifinale allo Scerbanenco altre due volte. Ho esordito una ventina di anni fa e da vent’anni mi dedico all’editing.

SG: Salve e grazie per questa intervista.

Credo che ogni professionista dell’editoria parta dalla passione; siamo lettori forti, con un gusto particolare per gli inediti. Io ho iniziato con il beta-reading, pratica molto diffusa tra chi ama scrivere e quindi tende a fare amicizia con autori ancora solo aspiranti. Non saprei dire quando ho iniziato; già dall’età di quindici anni scrivevo fanfiction e ne leggevo per dare un parere, poi sono passata a dattiloscritti originali. Nel 2016, dopo essermi trasferita a Milano per cercare un “lavoro vero”, ho iniziato a seguire dei corsi professionali di editoria e redazione. L’ho fatto perché è stato questo lavoro a cercarmi, mentre io spargevo curriculum sperando di venire assunta da qualche parte. Sono stati gli autori, che continuavo a leggere e aiutare, a chiedermi di proseguire nella revisione dei testi. A quel punto ho capito che, perché divenisse il mio mestiere, sarebbe stato necessario formarmi e fare esperienza. Mi sono impegnata perché questa formazione fosse variegata ed efficace: ho frequentato corsi tenuti da realtà molto diverse tra loro (l’agenzia letteraria Herzog, l’editore indipendente Marcos y Marcos, la scuola Belleville con la docenza dell’editor Rizzoli), per poi completare il percorso con lo stage presso la Magenes, ottenuto grazie a una menzione al corso Herzog. Da allora collaboro con diverse realtà editoriali e con autori, che mi insegnano qualcosa ogni giorno, e continuo a frequentare altri corsi perché non si finisce mai di imparare.

Per quanto riguarda il mio percorso da autrice, è ancora all’inizio: al momento sono rappresentata da un’agenzia e siamo in attesa di risposte. In precedenza, il mio primo romanzo è stato pubblicato da un piccolo editore digitale.

2) Dopo aver pubblicato con successo i vostri libri, che cosa vi ha spinto a “saltare la barricata” e occuparvi dei testi altrui? Scrivete ancora o il vostro lavoro vi assorbe così tanto da aver posato la penna nera per quella rossa? 

D: La scrittura è l’amore più grande, e non verrà mai meno. Ovviamente è come un secondo lavoro, perché il lavoro di editor mi porta via gran parte della giornata e delle energie. I corsi, poi, sono diventati col tempo un impegno costante: il numero crescente di studenti mi ha obbligato a chiedere una mano a collaboratori esterni, e questa è un’evoluzione del mio lavoro che affronto con gioia. La scrittura, però, resta la mia passione primigenia. 

LC: La prima spinta è una questione di soldi. Se non vendi almeno 30-50mila copie (e io non le ‘vendo’) non sei praticamente nessuno, e quindi gli anticipi per i romanzi non sono altissimi. Tu mi dirai: be’, basta fare quattro romanzi l’anno. Quel tipo di ‘scrittore’ non sono io. Io ci metto minimo due anni per farne uno solo. Io affianco spesso gli autori che me ne fanno richiesta, da anni. Come freelance, come collaboratore di case editrici. Come freelance scelgo io con chi collaborare. Come collaboratore mi becco la qualunque. E sì, scrivo ancora – per fortuna! – e soprattutto leggo molto.

La seconda spinta è l’amore per la scrittura. Nella mia esperienza ho avuto modo di leggere libri bellissimi. Purtroppo, alcuni rimasti inediti. Ma questo è un altro discorso.

SG: In realtà, io mi sento più editor che autrice. E credo sia stato sempre così. Amo scrivere e continuo a farlo, ma in me prevale l’editor. Spero di raggiungere buoni risultati anche come autrice perché ogni esperienza fatta mi ha aiutato e mi aiuta a dare consigli sensati agli autori che seguo. Adesso, per esempio, parlo spesso nei miei video di come va con l’agenzia, di quel che succede e di cosa vivo da autrice, perché condividere esperienze reali e che mi coinvolgono direttamente mi fa comprendere di più le persone che si affidano a me per le loro opere.

3) Editor… si diventa. Ma come? Qual è il percorso formativo, quali sono le qualifiche e le competenze che una persona che voglia fare questo mestiere deve per forza avere?

LC: Non basta scrivere bene in italiano. Non basta avere competenze umanistiche. Non basta conoscere le tecniche di narrazione. Non basta studiarsi le norme redazionali, i tipi. Non basta, in pratica, possedere i ferri del mestiere. Questi elementi sono solo le basi per fare un lavoro del genere. Bisogna, poi, distinguere il lavoro che può svolgere un editor freelance con l’operato che si ‘deve’ svolgere per case editrici. Nel primo caso si ha più libertà di azione. La caratteristica principale è l’empatia. Aiutare un autore a realizzare il romanzo che ha in mente, non quello che ha in mente l’editor. Ogni autore, si spera, possiede una sua cifra di originalità, ha un suo modo di portare avanti la storia, un suo lessico, un suo modo di costruire le frasi. La sua idea. Questa la devi capire e la devi rispettare. Solo così diventi un bravo editor. Altrimenti, rischi di fare lavori tutti uguali o quantomeno lavori dove si avverte pesantemente la mano dell’editor (cosa che appunto spesso accade quando si lavora con case editrici che hanno una loro linea editoriale). Se non riesci a distinguere la tua anima di scrittore con quella di editor, è meglio che ti apri una pizzeria.

Conta l’esperienza. Al di là del lavoro che svolgo adesso, sono stato direttore di una collana di poesia, ho affiancato per anni editor più esperti di me, sono stato anche direttore editoriale di Azimut, casa editrice romana. Prima di dire “faccio l’editor” bisogna imparare il mestiere, guardando anche quello che fanno gli altri, come lo fanno. Non è che ti pigli la laurea in lettere e pensi di poter fare ’sto mestiere!

Ad esempio, con la correzione bozze – spesso confusa con la fase di editing – sono meno bravo. Ci vuole occhio, prontezza, attenzione, e quando hai lavorato tanto su un testo rischi di non vedere qualche strafalcione.

D: Ognuno ha il suo percorso e, alla fine, a parte i titoli, quello che conta è il risultato finale, la professionalità: ci sono editor famosi che non hanno mai frequentato un corso, e altri che hanno frequentato mille corsi ma non hanno quel quid che serve per fare il salto. Io, personalmente, adoro studiare e aggiornarmi sulla mia materia, perché ritengo che l’editoria sia un mondo in continuo mutamento. Spesso anche i programmi usati cambiano, quindi occorre non smettere mai di studiare.

SG: Serve tantissimo anche l’aver compreso veramente come si lavora su un testo, cosa che credo si possa imparare solo dall’esperienza pratica. Entrare in redazione, parlare con chi lavora nel campo da parecchio e lavorare sulle bozze da stagista offre la possibilità di evitare facili errori e ingenuità da principiante. Per potersi dire “editor freelance”, cioè che lavora in proprio, è indispensabile possedere una professionalità completa e solida. Non serve alcuna qualifica per potersi dire tali, dunque il rischio dell’improvvisazione è grande.

Un altro aspetto fondamentale è l’empatia: l’autore consegna all’editor una parte importante di sé, esponendo così un proprio lato fragile. Il bravo professionista è chi riesce a criticare un testo con rispetto: è una guida, un compagno, non un monarca assoluto che snatura la voce di chi ha scritto. Il rapporto che si crea è prezioso, ma complicato; insomma, si tratta dell’essere autorevoli e non autoritari.

4) Stessa domanda, ma rivolta alla figura dell’agente letterario: che cosa bisogna aggiungere alle competenze sopra elencate?

 D: I contatti, i rapporti umani e l’intraprendenza, oltre a una buona conoscenza delle case editrici e degli editor che vi lavorano. È necessario essere sempre aggiornati sul mercato, sugli editori, sulle collane, sui movimenti tellurici delle librerie, sui gusti dei lettori.

LC: Qui non so risponderti. Non ho le competenze. Non sono un agente. Tutt’al più, come è successo varie volte, segnalo a editor di case editrici un romanzo su cui ho lavorato e che mi è particolarmente piaciuto.

SG: Molta pazienza in più, di base.

No, ok, rispondo seriamente, anche se io non lavoro come agente letterario: personale qualificato, che possa interpretare una proposta di pubblicazione anche in termini legali; una conoscenza effettiva dei singoli editori e dei loro cataloghi, e degli editor di collana; una grande esperienza nel campo, altrimenti sarà dura farsi ascoltare dagli editori; infine, qualche soldo da parte per le emergenze, perché da agenti si guadagna proprio poco.

5) È giusto pagare per una consulenza editoriale? Se sì, come riconoscere un vero professionista da un promoter? Nel mare magnum editoriale quali possono essere i nostri punti di riferimento?

D: Sì, è giusto pagare tutto, secondo me, se ne vale la pena. Il problema, però, è questo: ne vale la pena? Ossia, l’editor/agente che ho di fronte è un professionista o è uno dei tanti improvvisati redattori e correttori di bozze che affollano la rete? Purtroppo il mondo dell’editoria è il regno dell’improvvisazione: conosco centinaia di persone che, dall’oggi al domani, si sono dati la qualifica di editor – perché magari gestivano un blog discretamente seguito – senza aver mai messo piede in una casa editrice, o aver mai frequentato un corso basilare in correzione di bozza. Bisogna tenere gli occhi aperti, informarsi sulla storia e sul curriculum dell’editor, e capire bene se è un professionista o un millantatore.

LC: Scusami, ma che domanda è? Se dovessi andare dal medico ti chiederesti la stessa cosa? Poi è chiaro: ci sono medici bravi e medici meno bravi. Personalmente ho fatto e faccio tanti lavori a gratis. Decido io con chi e perché. Per il resto, la professionalità si paga. Certo, essere un apprezzato scrittore non sempre si traduce in capacità da editor. Ma di sicuro qualcosa in più ne sa rispetto a chi ha pubblicato due raccontini e frequentato un paio di corsi di scrittura. Questo già aiuta a orientarsi. Poi, altra cosa: spesso leggo di agenzie, service che propongono l’editing leggero a un prezzo e l’editing completo a un prezzo più alto (e che prezzi!, tra l’altro). Ecco. Mai fidarsi di queste robe. Il testo o lo sistemi oppure no. Che vuol dire editing leggero?

Le schede di valutazione si pagano (anche qui, ad esempio, io decido se farmi pagare o meno: dipende dal tipo di lavoro che si va a svolgere; se l’autore decide di lavorare con me, la scheda non la paga; in caso contrario, sì).

SG: Rispondo prima alla domanda più facile: come riconoscere un vero professionista? Ecco: il “promoter”, chiamiamolo così, vede tutto rosa. Promette grandi risultati in poco tempo, fa mille complimenti e si limita a lusingare. Un professionista serio, invece, parla di dati concreti (che in genere non sono rosa, o comunque non sono così semplici), muove critiche argomentate e spesso fa un pochino male (ma con rispetto), arriva anche a rifiutare dei lavori se per l’autore non vale proprio la pena di investirci sopra.

Pagare per i servizi editoriali offerti da un freelance è sacrosanto, anche perché il lavoro va sempre pagato in qualsiasi ambito. Certo, bisogna scegliere con attenzione il professionista da pagare.

Il punto di riferimento è chi fa quel che promette ed è onesto nel dire anche ciò che non va bene. Chi dice “pagami e scriverai un bestseller in una settimana” sta chiaramente dicendo un’idiozia; per scrivere un bestseller occorre molto impegno, molta fatica e anche molta fortuna. Forse è difficile da accettare, però la verità è questa.

6) Quanto sono utili i corsi di scrittura?

LC: Il talento non si può insegnare. Tutto il resto sì. E “tutto il resto” ti serve proprio per mettere a fuoco l’eventuale talento che hai. Tuttavia, molti sedicenti scrittori frequentano corsi di scrittura con la speranza che il docente di turno possa poi paracadutarlo nel mondo editoriale. Pensano di sapere già tutto e non imparano nulla. Non ascoltano. Per fortuna, ci sono le eccezioni.

D: Sarò pleonastico, ma i corsi di scrittura utili sono utili. Quelli inutili sono inutili. Come distinguerli? Be’, anzitutto bisogna vedere chi li tiene: se il docente è uno scrittore affermato, un autore/editor con esperienza e pubblicazioni alle spalle, allora sì, potrà insegnarmi qualcosa. Se il corso, al contrario, è tenuto da un dilettante allo sbaraglio, no: soldi buttati. L’autore che sia desideroso di imparare dovrà, per prima cosa, consultare il cv dei docenti, e capire se avranno qualcosa da insegnargli o meno. Purtroppo sui corsi privati non c’è alcuna forma di controllo o selezione a monte: chiunque può tenerli, in teoria. È nell’intelligenza dello studente informarsi e capire a cosa sta andando incontro.

SG: Possono esserlo tantissimo o per niente, direi. Dipende dal corso e dall’autore. Se ci si aspetta di ottenere una pubblicazione pagando per il corso, si parte già con il piede sbagliato. Del resto, se sceglieremo un corso che già nella pagina di presentazione ha mille refusi… be’, c’è bisogno di dirlo?

7) L’editor è una figura professionale indispensabile per ogni autore, affermato o non. Molto spesso, però, mi viene chiesto se per pubblicare un libro non basti un beta reader/amico/famigliare che corregga il manoscritto; o se non lo possa fare l’autore stesso. Cos’è che rende il lavoro dell’editing imprescindibile per ogni libro che voglia essere pubblicato?

LC: Ecco. Il beta reader, amico, familiare. Va bene. Io lavoro con un mio editor durante la stesura del testo. È un’amica, mi conosce, sa come scrivo, i miei intenti, è capace, è utile, mi ‘corregge’ la rotta. Ma quanti ne sono in grado? L’amico, il familiare, magari ti dice bello bravo bis. Il beta reader farà qualche osservazione. Ma chi ti dice se la struttura tiene? Se il registro di quel personaggio è adeguato alla sua enciclopedia emotiva? Se una digressione è inutile in un preciso contesto, se c’è qualche cortocircuito sulla trama, se la soluzione di un conflitto regge la coerenza. Chi ti dice tutto questo? L’amico? Soprattuto, l’amico sa darti anche le indicazioni per risolvere ’ste problematiche?

Come autore, oltre a lavorare con il mio editor di fiducia, lavoro con l’editor dell’editore che mi ha scelto. Gli ultimi due romanzi miei sono stati pubblicati da E/O Edizioni e ho avuto la fortuna di lavorare con un grande editor, Claudio Ceciarelli, uno degli editor italiani più in gamba che conosco. Nonostante il mio lavoro certosino, nonostante sia editor anch’io (sulla propria scrittura non si può mettere la distanza necessaria per una valutazione imparziale!), ti garantisco che mi ha sempre scovato qualcosa che funzionava poco o che non funzionava affatto. Perché ha esperienza. Perché ha una professionalità acquisita con anni di attività. Perché ragiona in modo altro dall’autore. Se questo lavoro te lo fai da solo è come una massa che cerca di esercitare la forza di gravità su se stessa: impossibile.

Poi, dopo tutto ’sto bordello, non pago mando il romanzo ad amici scrittori che stimo e di cui mi fido, prima dell’uscita. Anche qui, arrivano dritte fantastiche.

Ora, dimmi tu: pensi che tutto questo lavoro lo possa svolgere un amico, magari anche laureato in Lettere Moderne?

Occorre svegliarsi da questi sogni. Editare un romanzo è un lavoro da professionisti.

D: Le letture amichevoli o familiari, anche se fatte da persone preparate o lettori forti, non hanno niente da spartire con un editing professionale. L’editor, quello vero, ha occhio, preparazione, talento; conosce gli archetipi della narrativa, le tecniche, le regole. E sa come e dove intervenire per migliorare uno scritto. Un editing vero è imprescindibile.

SG: Per rispondere a questa domanda dovrei scrivere un saggio. Diciamo che uno sguardo esterno (e no, non della mamma, ma di un estraneo) e competente è necessario perché nessun autore, neanche quello più bravo, è infallibile, e valutarsi da soli non funziona. Non è una questione di intelligenza: anche un editor, per quel che scrive, si fa seguire da un altro editor.

Detto questo, dobbiamo distinguere tra un editing svolto come servizio editoriale esterno e quello fatto dall’editore. Nel primo caso non si tratta di un intervento obbligatorio, ma finalizzato proprio al raggiungimento del secondo; se invece il lavoro viene svolto dalla casa editrice, si tratta semplicemente di un accompagnamento che aiuta il testo a venire accolto all’interno di un catalogo già esistente. Comunque, qui ci vorrebbe sul serio un discorso lunghissimo, non mi dilungo. Se volete, ne parlo per ore nei video.

8) Per concludere, tre ingredienti della vostra ricetta personale per il successo editoriale.

LC: Talento. Fortuna. Editore che crede in te.

D: Talento, determinazione, fortuna.

SG: Se devo essere onesta, io non credo esistano questi “ingredienti”. O meglio, ne esiste uno solo: il romanzo dev’essere valido. Può esserlo dal punto di vista meramente commerciale, oppure da quello letterario, ma dev’esserlo. Se è così (e l’editing, in fondo, punta proprio a rafforzarne la validità il più possibile), qualcosa succederà.

 

 

Grazie per esservi prestati. Spero che possa essere utile a tutti gli autori che ci leggeranno, per me lo è stato senz’altro.

 

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Gli strumenti che uso per pianificare i miei romanzi

Posted by on Gen 20, 2019

Gli strumenti che uso per pianificare i miei romanzi

Gli strumenti che uso per pianificare i miei romanzi

Gli ultimi mesi mi hanno insegnato l’importanza della pianificazione per scrivere un romanzo. Non vale per tutti e non funziona per per tutti allo stesso modo, ma io trovo utile se non essenziale in corso di stesura avere un progetto scritto sotto che comprenda trama, struttura, personaggi, ambientazione e scaletta dei capitoli/scene (outline). Questo insieme di strategie si chiama plotting. 

In un altro articolo vi spiegherò nello specifico che cosa di intende per plotting, qui voglio parlarvi degli strumenti fisici che utilizzo per pianificare i miei libri. Sono essenzialmente due: taccuino (all’interno di un traveler’s notebook ad esempio) e pc.

Mi sto abituando a  scrivere la prima bozza del progetto su carta. Diciamo che ho un grosso scoglio, la calligrafia, ma questo di buttare liberamente sul foglio tutte le idee, belle o brutte cha siano, sia di fare una prima selezione (brainstorming). In questa fase non ci sono particolari regole: scrivo e basta, lascio vagare la mente e se qualcosa non mi convince ci tiro su una riga e basta. Questa fase abbraccia ogni aspetto del romanzo, dall’idea prima all’ambientazione fino ai personaggi, tutti aspetti che verranno approfonditi nello step successivo.

Dopodiché contrassegno con delle graffette colorate gli appunti che appartengono alla stessa categoria (giallo per le idee, viola per la trama, azzurro per i personaggi e verde per l’ambientazione) ed evidenzio i passaggi che mi sembrano più importanti.

 

 

Alla fine metto tutto insieme e scrivo la trama generale disponendo gli eventi in ordine cronologico (fabula).

Questa prima fase può richiedere molto tempo e tantissima carta.

Una volta che ho le idee chiare passo al pc per la stesura del progetto vero e proprio. Avendo diviso le varie sezioni per colori, non avrò difficoltà a trascrivere tutto in ordine in un programma apposta (nel mio caso Scrivener) sviluppando le idee della bozza.

A questo punto si arriva all’intreccio. Una volta individuata la struttura in tre atti della storia, posso decidere come mostrarla al lettore. E si passa all’outline, la scaletta dei capitoli e delle scene.

Una volta terminato questo processo avrò un’impalcatura, come un graticcio, a cui potrò aggrapparmi per costruire la mia storia modellando, tutte le foglie intorno ai paletti che ho fissato.

Alla fine dell’opera la storia sarà così avviluppata al graticcio che gli abbiamo creato come guida, da non poterli più scindere.

Spero che questo articolo possa esservi stato utile

alla prossima,

Valentina

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